Racconti

C’è gente che festeggia

Racconto per un contest sul WD

Grazie, Pasquali’.

Mi hai versato dell’acqua, fa bene bere alla mia età, anche perché non si avverte più la sete come quando si è giovani. La natura a volte pare organizzarsi come lo sceneggiatore di un film e dispone i pezzi per arrivare alla fine della storia.

Sei un bravo ragazzo e un po’ mi dispiace che devi startene qui stasera, stai tranquillo però che svegli fino a mezzanotte non ci arriviamo e magari avrai il tempo di andartene in giro per i fatti tuoi.

2010, chi lo avrebbe detto di arrivare a vedere il dieci dopo il duemila, nemmeno lo concepivo un numero così e ci vuole una buona dose di tristezza per apprezzare a pieno lo scenario.

Quante facce.

Occhi lenti e guance accartocciate, di alcuni non conosco nemmeno i nomi ma ne riconosco le storie. Sono tutte simili a un certo punto, declinati al passato sbiadiscono anche i colori più accesi e restano monotoni quadri in scale di grigio.

No, non mi va il vino, non stasera.

Le ricorrenze: feste di compleanno, cene di capodanno, non le reggo; ne ho fatte troppe e, chissà se lo avverti già, sono solo un tragicomico tentativo di prendere in giro il tempo che passa.

Avevo una clessidra su di uno scaffale della libreria del salone. Delle volte la ruotavo e mi mettevo a osservare i granelli di sabbia che cadevano.

Uno alla volta.

Quanto è grande un granello di sabbia? Te lo sei mai chiesto?

La conosco questa canzone, Pasquali’.

Sei stato bravo a scegliere la musica. Racconta di un amore di un uomo per una donna che ha sposato un altro. Le parole sono semplici, chiare. Ho provato ad ascoltare canzoni moderne e non ci ho capito niente. Non è colpa mia, sono nato quando la gente non capiva e le cose le dovevano spiegare per bene, anche le canzoni.

Siamo sempre silenziosi a cena, ognuno resta assorto nei suoi pensieri. Per l’occasione alcuni sono andati con la propria famiglia, poveracci, raccogliere briciole di affetto lanciate da chi non vuole sentirsi troppo in colpa.

Io i miei figli li vedo un paio di volte al mese, chiameranno domani per gli auguri.

È meglio così.

Da ragazzino vivevo al primo piano di un palazzo a corte, il tizio al piano terra teneva delle galline a cui avevo dato i nomi. Quando iniziarono a sparire una alla volta, non ebbi il coraggio di chiedere che fine avessero fatto.

È quello che provo quando vedo una sedia vuota a ora di cena, e che strano effetto fa starci dentro al pollaio invece che guardarlo dall’alto. 

Qui siamo tutti clessidre che hanno pochi granelli da lasciar cadere.

Prendi un po’ di pesce grigliato, non è cucinato un granché e non è fresco, ma è pur meglio di un pugno in faccia. Del cibo non mi lamento mai, sono uno dei pochi qui a mangiare sempre tutto, abbiamo sofferto la fame e non me ne sono mai dimenticato.

Potresti alzare un po’ il volume?

Mi piace veramente la canzone, lui non accetta che il suo amore possa vivere lontano.

Sei innamorato tu Pasquali’? Lo sei mai stato? Hai mai sofferto per amore?

Finisce sempre male, basta guardare tutti noi. È che non si possono sincronizzare due clessidre, una finisce sempre prima di un’altra, anche solo per qualche granello.

Passami anche un po’ di pane, non dirmi niente, ché mi viene uno strano dolore dietro la schiena se stendo troppo le braccia. Sei un bravo ragazzo, dico sul serio, e poi hai gli occhi buoni, neri come ne ho visti pochi e carichi di cose belle.

Usali bene i tuoi occhi, Pasquali’, rivolgili a chi vuoi e non stare troppo ad ascoltare.

Ti stai annoiando vero? Anche io mi annoierei al tuo posto.

Non siamo stati sempre vecchi, lo so che è difficile a crederci, neanche io ci credevo alla tua età.

Non avevo gli occhi come i tuoi, sono figlio della fame io. E della guerra.

Mio padre mi ha cresciuto con un solo braccio, l’altro lo aveva dato per la patria. Ci hanno fatto una testa così con la patria, fai bene tu a non saperne niente.

Dicevano che mi stava bene la divisa.

A mia moglie piaceva, mi guardava piena di orgoglio quando la indossavo. Ci siamo sposati nella chiesa di paese e io la misi solo per far piacere a lei. Aveva gli occhi buoni come i tuoi e io li ho visti scaricarsi a poco a poco di tutte le cose belle.

La conobbi a una cena, nulla a che vedere con questa. C’erano meno cose da mangiare ma il pesce era fresco.

E quante facce.

Così diverse, con colori chiusi dentro che spingevano per uscire. E non tutte hanno avuto la fortuna di invecchiare. Quanti colori ha tenuto chiusi la guerra.

Mi ci portò Giovanni. Occhi neri pure lui, ma meno buoni dei tuoi. Li teneva carichi ma non ho mai capito se fossero solo cose belle.

C’erano le canzoni quella sera e voglia di ballare, con la guerra impari a ritagliarti sprazzi di spensieratezza dentro i quali infilare un po’ di vita.

Mani grosse quelle di Giovanni che quasi pareva poterci tenere il mondo.  

Mi passò un bicchiere con del vino e brindammo guardandoci negli occhi. A volte non lo reggevo lo sguardo di Giovanni e non capivo perché.

Te l’ho detto, a noi le cose ce le dovevano spiegare.

Si mise a ballare con una ragazza con dei capelli ricci che le ondeggiavano sulle spalle. Lo guardavo mentre glieli accarezzava con quelle sue mani così grosse da poterci prendere il mondo. Presi un altro bicchiere di vino mentre quel mondo lo sentivo mancare sotto i piedi.

Lei era seduta di fronte a me, aveva mani così piccole e dolci che, invece, nel mondo sembravano esserci arrivate per caso. La invitai a ballare, le poggiai una mano sulla spalla e con l’altra strinsi la sua. E mentre carezzavo anche io dei capelli di una donna, cercavo di incrociare lo sguardo di Giovanni.

Partimmo per il fronte quattro giorni dopo.

Mio padre mi abbracciò con l’unico braccio che gli era rimasto, mia madre mi diede un bacio sulla fronte. Giovanni non disse una parola per le prime tre ore di viaggio, aveva gli occhi fissi nel vuoto e svuotati di ogni cosa.

Lo sai che quando passa un aereo alcuni di noi sobbalzano? Certe paure sono più forti del tempo, ti rimangono attaccate addosso come i granelli di sabbia bagnata.

Giovanni non è più tornato, gli spararono dopo venti giorni. Le sue mani grosse hanno lasciato il mondo senza avere nemmeno il tempo di provare a prenderlo.

Io fui più fortunato. Forse.

Ho ammazzato invece di essere ammazzato. Non ci vuole tanto coraggio a sparare a un uomo, è qualcosa di più simile alla vigliaccheria, ma una vigliaccheria collettiva dentro cui finisci per perderti.

Quando vidi la salma di Giovanni le strinsi forte quelle mani grosse, fredde come non credevo potesse essere possibile.

Avevo vent’anni.

Quanto vale un granello di sabbia Pasquali’? forse tu sai dirmelo. Sembravano così tanti quando osservavo la clessidra, eppure si arrivava al punto in cui quelli della parte di sotto diventavano più di quelli di sopra.

Ci sono notti che ancora sogno quella cena.

Ci ho messo più di sessant’anni per capirlo. Ma non è colpa mia Pasquali’, a noi le cose ce le dovevano spiegare, non potevi permetterti di capirle da solo.

E poi mica è facile essere frocio per un figlio della guerra?

Brutti tempi i miei.

Abbassa un po’ il volume se puoi, mi mette tristezza questa canzone.

Racconta di un uomo lontano dalla sua amata perché è al fronte a combattere.

Certo che l’ho amata mia moglie. L’ho amata come mi hanno spiegato si faceva ad amare, e le ho dedicato canzoni belle, facili da capire.

È così che dovrebbe essere l’amore: facile.

E spero che lo sia adesso, per voi che capite quello che noi non riuscivamo a capire.

E avete canzoni a cui noi non arriviamo.

E potete addirittura permettervi di capirle da soli, le cose.

Da soli, Pasquali’…

Ci vuole coraggio a capire da soli. E io sono uno che nella vigliaccheria si è perso, e ora ha paura di guardare i granelli di sabbia ai due lati della clessidra.

Quanto coraggio che tenete Pasquali’.

Brutti tempi i tuoi.

Accompagnami in camera per piacere. Non ho voglia di vedere la gente che festeggia. 

thinking

marzo adda passà

Quando ho tirato fuori questo blog sapevo che avrebbe fatto questa fine di merda. Tre o quattro post buttati lì con zero visualizzazioni per interi mesi. Lo sapevo, ma pensai: che me ne fotte. È perché scrivo poco, pensavo. La verità è un’altra, l’ho capita qualche mese fa. Io scrivo sempre: scrivo quando cammino e guardo quello che mi sta a lato e non quello che mi sta davanti, scrivo quando parlo con le persone e guardo i movimenti che fanno più che ascoltare le parole, scrivo quando vedo il tipo anziano che vende le noccioline all’angolo della strada. Mi scrivo in testa le cose che vedo, quelle che ascolto, penso a come le riporterei a parole, in che modo potrei dire questo o quello. (Quanti dimostrativi sto infilando, mamma mia!). Scrivo ma non lo metto su carta, perché appena metto le cose su un foglio prendono forma, e la maggior parte delle forme non mi piace.

Mi viene in mente un passo del libro di Baricco, city. A un certo punto si fa cenno al “Saggio sull’onestà intellettuale” che ha scritto un personaggio del libro, il prof. Kilroy:

Il prof. Mondrian Kilroy diceva che le idee sono come galassie di piccole intuizioni, e sosteneva che sono una cosa confusa, che si modifica in continuazione ed è sostanzialmente inutilizzabile a fini pratici. Sono belle, ecco tutto, sono belle. Ma sono un casino. Le idee, se sono allo stato puro, sono un meraviglioso casino. Sono apparizioni provvisorie di infinito, diceva. Le idee chiare e distinte, aggiungeva, sono un’invenzione di Cartesio, sono una truffa, non esistono idee chiare, le idee sono oscure per definizione, se hai un’idea chiara, quella non è un’idea.

Questo è il guaio, diceva il prof. Mondrian Kilroy. Quando esprimi un’idea le dai un ordine che essa in origine non possiede. In qualche modo le devi dare una forma coerente, e sintetica, e comprensibile dagli altri. Finché ti limiti a pensarla, essa può rimanere il meraviglioso casino che è.

Ma quando decidi di esprimerla inizi a scartare qualcosa, a riassumere un’altra parte, a semplificare questo e tagliare quello, a ordinare il tutto dandogli una certa logica: ci lavori un po’, e alla fine hai qualcosa che la gente può capire. Un’idea “chiara e distinta”. All’inizio cerchi di fare le cose per bene: cerchi di non buttare via troppa roba, vorresti salvare tutto l’infinito dell’idea che avevi in testa. Ci provi. Ma quelli non ti lasciano il tempo, ti stanno addosso, vogliono capire, ti aggrediscono.

Che concetto meraviglioso, immagino il momento in cui si è accesa la piccola intuizione nella testa di Baricco, il momento in cui ha concepito questo concetto e ha provato a metterlo su carta nel migliore dei modi.

Il migliore dei modi.

È la ricerca del “migliore” dei modi che va a intaccare la perfezione che in potenza hanno le cose non fatte. E allora sarebbe opportuno far oscillare le cose che scrivo nella mia testa, modificarle fin quando non svaniscono.

Credo che sia la cosa giusta da fare. Indubbiamente è la cosa giusta da fare.Eppure a volte non resisto e sbaglio sapendo di sbagliare. Provo a scrivere, e scrivo cose più brutte di quelle che avevo in testa.

Come sto facendo adesso mentre la città è deserta e non si sa per quanto tempo resterà così. E io ho mia moglie che mi aspetta a letto e mio figlio che aspetta che le cose si sistemino per nascere.

E ho voglia di fare tante cose e non ho voglia di fare niente, e me ne fotto che sia un pensiero retorico. E lo so che non è figo scrivere “fotto”, e che non basta iniziare i periodi con la E per rendere un post più decente.

Non lo so se ho paura o se ho ansia.

Magari questi giorni possono essere un’occasione per fare una piccola tabula rasa, partire da dieci anni fa e sistemare delle cose, ricalibrare priorità e sensazioni. Potremmo tirare fuori altri stili di vita, utilizzare nel modo giusto la tecnologia, chissà.

In ogni caso ho deciso di dare una ripulita a questo blog:

  • Infilerò i racconti che ho inserito nel WD, sono tutti inferiori agli 8000 caratteri
  • Cancellerò vecchi post che non sono un granché
  • Proverò a inserire qualche impressione sui libri che leggo, anche se leggo poco e in maniera molto lenta.

Di certo il blog farà più schifo di prima, ma che me ne fotte.  

<8000, Racconti

Il cavallo, la boa e le tette

Racconto per un contest sul WD

A scacchi ci gioco da meno di sei mesi, ho imparato nel periodo di Natale, siamo nel ’96 e se una cosa ti piace te la devi andare a cercare, meglio se in compagnia. La mia compagnia è Fabio, condividiamo il banco e quasi tutti i pomeriggi, è magro come me ma è una decina di centimetri più alto. Gli scacchi li troviamo in un circolo vicino scuola, ci dicono che siano in gamba ma io, che da Fabio le prendo con una certa regolarità, ci credo poco. Ci infilano in un paio di tornei per adulti, faccia a faccia, pezzo contro pezzo, con gente di 20 anni più grande. L’età non conta, dicono. Nemmeno l’altezza, penso.

Con i coetanei voliamo e ci qualifichiamo per la fase nazionale dei campionati giovanili. Io ero arrivato secondo al torneo della classe, secondo al torneo della scuola e secondo al campionato provinciale. Dietro Fabio, tutte le volte.  

Sono appena arrivato, scendo dall’auto e mi guardo intorno. Sono gli anni in cui l’estate è lunga, tanto che ci resti almeno venti giorni al mare. Per me lo è ancora di più: nipote di un nonno cilentano, trasferitosi a Napoli un po’ per lavoro e un po’ per amore, rapito dalle mani eleganti di una ragazza che suonava il piano, nei tempi in cui andare ad abitare a 300 km dal paesello di nascita non era tanto differente dal trasferirsi all’altro capo del globo. I miei hanno da poco comprato una villetta a due piani sul lungomare da cui hanno ricavato due appartamenti.

È il mese di luglio, ho dodici anni e sono ancora convinto che la felicità si trovi di fianco alla boa che delimita le acque sicure, a cinquanta metri dalla riva, lì dove l’anno prima non ero riuscito ad arrivare.

L’appartamento a piano terra lo hanno affittato a una giovane coppia: lui, lei, due bambini e le nipoti di lei, Tonia e Enza.

Enza ha i capelli ricci e biondi su un corpo magro come se ne vedono pochi, Tonia ha dei capelli neri a caschetto, la pelle già scurita dal sole e le tette.

Si, Tonia ha le tette, anche Enza ha le tette ma quelle di Tonia sono le tette così come si configurano le tette nella testa di un ragazzo di dodici anni nel momento in cui sente pronunciare la parola “tette”. 

Le vedo al ritorno dal mare, parlottano mentre stendono i costumi. Salgo le scale ancora bagnato e, in quel momento, lambito dal loro sguardo smorzato con sdegnata indifferenza, mi si insinua per la prima volta l’idea che in quel modo di guardare si sintetizza il processo attraverso il quale una donna decide se sei degno o meno della sua considerazione.

Soprattutto a dodici anni, quando dell’infanzia restano gli ultimi passi, che finisci per percorrere con fiatone e sgomento.

Il fiatone che ti assale quando, improvvisamente, ti accorgi di avere braccia troppo magre per potere nuotare fino alla boa, per poter sperare che su di esse si possa posare più di uno sguardo smorzato.

Lo sgomento che ti si attanaglia addosso quando resti fermo sulla battigia, in un punto equidistante da una boa e un paio di tette, e che segna l’ingresso in quel limbo emotivo che è la quintessenza della stato maschile: il bilico tra il mare e le tette, l’orizzonte e le carne, i sogni e i piaceri.

Così, con quella sensazione addosso, per la prima volta lascio l’estate a metà.

Partiamo la mattina dopo e, prima di andare via, vado sulla spiaggia per salutare il mare.

Mi avvicino alla riva, ho scarpe chiuse e un pantalone lungo, Enza esce dall’acqua, strizza i capelli con le mani e inclina la testa. L’acqua le cade di fianco lasciando un piccolo solco sulla sabbia. Si avvicina, le sue gambe magrissime sembrano muoversi per qualche specie di magia.

Mi chiede se parto e io le rispondo di sì.  Mi chiede se torno e le dico di sì. Ha il viso bagnato, goccioline salate aggrappate alle guance e alle braccia, alla pancia e alle costole che si intravedono.

Mi chiede se sono intelligente, perché gioco a scacchi. Le rispondo che lo spero. Lei mi fa un cenno dolce, come per dire sì, ma un sì che significa anche non ti preoccupare. E ti aspetto, forse.

Tonia resta in acqua, su un materassino con un costume scuro che avevo visto ad asciugare il giorno prima.

Arriviamo per ora di pranzo, Fabio è lì già da qualche ora.

Il primo turno è alle 17, il mio avversario è un ragazzo sardo di cui si parla molto bene.  

Mi siedo e scrivo il mio nome sul formulario, lui mi guarda e tende la mano. Ha i capelli lunghi tirati all’indietro, un braccialetto di cuoio e occhiali da sole. Mi chiedo se ho fumato: «Spinelli», dice.

Gli dico di no e lui mi fa un sì poco convinto. Mi spiega che è per via degli occhi rossi, gli rispondo che è colpa dell’acqua di mare.

Faccio la prima mossa e nella mia testa si mette a suonare una canzone assurda: “Siam tre piccoli porcellini.”

1.e4-c5

Siciliana, penso che bene o male la conosco.

Quindi:

2.Cf3, Cc6;

3.d4, cxd4;

4.Cxd4 Cf6;

5.Cc3, Db6

E lì casca, se non il mondo intero, almeno il piccolo pianeta degli scacchi che mi stavo costruendo. Porto le mani alle tempie e provo a pensare.

Mi viene in mente il mare, non so perché, e mio padre che mi aspetta.

Sposto l’alfiere in e3, in maniera automatica, mentre la canzone riparte. Batto l’orologio e un secondo dopo mi accorgo di aver lasciato in presa un pedone.  

Mi viene in mente Enza e le gocce d’acqua salata che luccicavano sotto i raggi del Sole.

Il mio avversario pensa e io gli guardo i capelli neri e i braccialetti sul polso.

Mi gioca:

6.…- Cxd4

7.Axd4- Dxb2

Prende il mio pedone e insieme a quello sento di aver lasciato per strada anche un paio di battiti.

Mi viene in mente mia nonna, improvvisamente. Lei che non aveva capito bene cosa fossi andato a fare a Roma nel bel mezzo dell’estate. E così vengo pervaso da un’ondata di ottimismo quasi mistico.

Guardo di nuovo il mio avversario e penso che sia il tipo di ragazzo che piace alle donne, uno per cui sarebbe uscita dall’acqua anche Tonia. Così mi convinco che per quella sorta di giustizia divina di cui mi aveva riempito la testa mia nonna, uno così bello non potesse essere anche intelligente.

E allora, mentre i porcellini continuano a ballare in testa, mi arriva l’illuminazione e gioco:

8.Cd5!

Guadagnando una torre.

Vinco la partita prima della trentesima mossa, esco dalla sala e aspetto Fabio che liquida il suo avversario poco dopo.

La sera non chiudo occhio, penso al mio cavallo che domina la scacchiera e alla regina nera defilata in a3. Penso a Fisher che dormiva 20 ore al giorno durante i tornei. Penso che, forse, un giorno avrebbero scritto un libro anche su di me, e uno spazio lo avrebbe avuto quel giorno.

Penso anche a Fabio.

Alla voglia che avevo di batterlo lì.

E alla paura che avevo di perdere lì.

Resto così fino alle 7 del giorno dopo, quando squilla il Motorola di mio padre e mia madre dall’altro lato che ci chiede di tornare.

Non ho mai capito se il mio fu un presentimento, ma fui io a dire di partire, e per tutto il viaggio mi chiesi come fosse possibile che mio padre non si fosse reso conto di nulla. L’ho capito anni dopo, che le cose troppo brutte hai bisogno di sentirtele dire per intero per capirle. E a volte manco basta.

È il 1996, il mese di agosto. La nonna è finita da poco più di un mese e noi siamo tornati a mare. Mio padre ha gli occhi tristi e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Enza e Tonia sono andate via. Scendo dall’auto, ho una rivista di scacchi tra le mani. Vado verso la spiaggia, saluto il mare, mi tolgo la maglietta e comincio a nuotare.

Ripenso alla nonna, al mio cavallo in d5, e continuo a nuotare.

Sulla copertina della rivista c’è una foto che ritrae la sala di gioco durante una partita del torneo: la prima. Eravamo 300 ragazzi divisi in quattro categorie.

Nella foto se ne intravedono una ventina. Ce n’è uno in basso a destra di cui compare solo un braccio: ha una camicia blu.

Continuo a nuotare, arrivo alla boa per la prima volta, mi ci attacco e guardo la spiaggia, gli ombrelloni che non sembrano poi tanto lontani.

Quella copertina è rimasta appesa in camera per i successivi dieci anni.

Mi giro dall’altro lato, oltre la boa: c’è solo acqua.

<8000, Racconti

Un tiro al rione

la gioventu' e' bruciata, da napoli a torino - le baby gang non si ...

–            Luca… Luca…

Il Pippone ha una voce forte, mia madre dice che prima o dopo sarà costretta a litigare con il professore Orsi del quarto piano, ché dopo pranzo si mette a dormire e non vuole essere rotto le scatole.

A lei il Pippone non piace, quando ci vede insieme mi fa una faccia arrabbiata che ormai conosco bene, così bene da sapere che in verità non si arrabbia mai sul serio.

– Vai, ma state attenti...

Io non me lo faccio ripetere 2 volte, lascio il Commodore e corro da lui.

Salvatore Russo, lo chiamano il Pippone. Lo chiamano così perché ha il naso enorme, ma lo chiamano così solo quando non è presente. Di lui hanno tutti paura; dicono che sia maleducato, e un po’ è vero, parla in napoletano e a scuola le maestre lo aiutano a finire le parole. Quando legge è un travaglio, su una frase è capace di stare anche dieci minuti e noi ci sforziamo di non ridere.

Una volta Raffaele, quello con i capelli rossi, mentre rideva cercò di nascondersi la bocca tra le braccia che teneva incrociate sul banco, ma ce ne accorgemmo tutti, e se ne accorse anche il Pippone che chiuse il libro e uscì di corsa dall’aula.

C’era la maestra Anna in classe, quella vuole fare tanto la brava ma poi assegna tanti di quei compiti che mio padre quasi non ci crede.

– Ma che vuole da ‘ste povere creature?

Dice sempre.

A volte credo che mio padre si arrabbia perché i compiti che assegna la maestra Anna sono troppo difficili anche per lui, che non si è laureato per poco. Non si è laureato per colpa di mamma, lo so perché una volta li ho sentiti litigare e lui le disse che per sposarsi non aveva potuto finire l’università.

La maestra chiamò Raffaele in disparte, non so cosa gli disse, ma di certo non servì, visto che gli rimase un ghigno da imbecille per tutta la giornata.

Chiese a me di cercare Salvatore, lo trovai in un bagno con la testa rivolta al muro. Quando mi vide si avvicinò al lavandino e, senza guardarmi in faccia, iniziò a bere dalla fontana. Ci avevo provato più volte, io, a bere così, ma finivo con il bagnarmi la maglia. Stavo per chiedergli di insegnarmi a farlo, ma lui si girò di scatto e mi disse:

Iamme!

Aveva gli occhi arrossati: noi ci eravamo nascosti per ridere, lui si era nascosto per piangere. Avrei voluto dirgli di non preoccuparsi e che non lo avrei detto a nessuno, anche se, dopotutto, non c’era nulla di cui vergognarsi. È normale, in fondo, che i piccoli piangano. Mi fece un po’ pena e allora gli allungai una mano sulla spalla:

– Non ci pensare, Raffaele è tutto scemo.

Lui si allontanò e mi guardò nervoso

– Oh ma sei ricchione? Leva ‘sta mano.

All’uscita il Pippone si avvicinò a Raffaele e gli diede un pugno nello stomaco, così, senza dire nulla. Raffaele pianse. Si piegò in due e pianse. Davanti ai compagni di classe, davanti a tutti i ragazzini della scuola. Pianse senza problemi, senza vergogna. Senza nascondersi.

– Che? Nu’ rire cchiu’ strunz?

Da allora il Pippone mi ha sempre trattato bene. Forse ha capito che lo avevo visto piangere e che non ho detto niente.

Forse.

Ma sta di fatto sta che quando mi chiama corro, c’è poco fa fare.

Del Pippone hanno tutti paura e quando sto con lui mi sento importante anche io. E li sento mormorare quando passo, gli altri a scuola, con un tono gonfio di invidia e disprezzo: quello è amico del Pippone.

E ci sono dei momenti in cui penso che se la gente ha paura di te è meglio: ti lasciano in pace.

–            Oh! E quanto tempo ci hai messo?

Io prendo fiato, non prendo mai l’ascensore e ho fatto le scale di corsa.

–            Ho fatto il prima possibile.

Mi accenna un gesto che sa di perdono, poi si gira verso la strada. Guarda verso destra e poi verso sinistra, rapidamente. I miei occhi cadono su quel suo naso enorme, involontariamente, e spero che non se ne accorga.

–            Movete.

Quando esco mi dicono sempre di stare attento e ci sono volte in cui pure io ho paura che possa succedere qualcosa. Non credo alle favole, ai lupi, alle streghe e ai mostri, ma penso che qualcosa di cattivo ci sia in giro: persone o randagi.

Ma con Salvatore è diverso: il cattivo è lui, e allora sono gli altri che devono avere paura di incontrarci.

Ci penso spesso a questa cosa, quando torno di notte a casa in auto con papà e mi dice che guidare di notte è pericoloso, perché c’è tanta brutta gente in giro.

Eppure mi sono sempre chiesto se la brutta gente che va in giro di notte ha paura.

E così finisco per invidiarli, quelli da cui scappiamo, quelli che sono temuti. Ecco, un po’ mi vergogno a dirlo, ma io a volte invidio i cattivi. Non sempre, solo di notte. Io sono uno dei buoni, sicuramente, però vorrei imparare a essere cattivo. Non per fare cattiverie, che sia chiaro, ma solo per non avere paura.

Sarei cattivo di notte, senza fare cattiverie, e buono per il resto della giornata. In modo da poter dire, quando c’è bisogno: “Guardate che il cattivo sono io!”.

Salvatore gira in una stradina chiusa, salta per evitare una pozzanghera di fango e si va a infilare nell’angolo tra l’ultimo palazzo e il muro che chiude la strada.

Io lo seguo e penso a tutte le volte che i palazzi di questa stradina li ho visti scorrere sul finestrino dell’auto: immagini rapide e sfuocate. Un’immagine, nulla più.

E penso che ci sono dentro, dentro la stessa immagine che è mi passata a lato tante volte.

E così mi metto a guardare le auto che passano e che guardano scivolare sul finestrino quest’immagine uguale alle altre volte, anche con me dentro.

E penso alle facce che guidano, e a come sono uguali da qui.

Ci siamo io e Salvatore il Pippone e nessuno ci vede. Nascosti, in un mondo in cui nessuno vede nessuno, un enorme specchio in cui i punti di vista si riflettono tornando indietro allo stesso modo.

Si accovaccia sul marciapiede e mi guarda, aspettando, forse, un cenno di complicità che non gli trovo, si infila una mano in tasca e per me è come se stesse per tirare fuori il mondo.

–            Guarda.

Mi fa.

–            Dov…

Non finisco di parlare che mi lancia un pacchetto che io non riesco ad afferrare, come se fosse rovente.

–            Ma che ti piglia?

Mi guarda come se mi volesse schiaffeggiando con lo sguardo.

–            Che mi piglia? Niente!

Raccoglie il pacchetto e srotola la pellicola, mentre i miei occhi si incollano su una scritta che sembra diventare enorme: il fumo uccide. Uccide Salvato’, è possibile che non riesce a leggere tre parole?

Dalla stessa tasca tira fuori l’accendino, infila una sigaretta in bocca, aspira leggermente e poi me la passa.

–            Famme vede’ se tieni ‘e palle!

La prendo tra l’indice e il medio mentre con gli occhi sbatto ancora contro le tre parole scritte sul pacchetto. Le tengo ‘e palle io? Non lo so se le tengo ’e palle, io.

E mentre si gode il mio imbarazzo, inizio a capire come si sente lui quando non riesce a leggere.

–            Respira, sce’!

Mi esce un colpo di tosse, e continuo a tossire anche dopo, per finta, fin quando non si riprende la sigaretta.

–            Guarda a mme.

Prende la sigaretta tra le labbra e sputa una lama di fumo dritta, mentre il suo nasone si fa rosso e sparge fumo come un drago.

Sono fiero e spaventato, le tengo ’e palle penso tra me e me, anche se quel “il fumo uccide” mi rimbalza in testa.

–            Le ho prese da fratemo, le vende.

Precisa, poi mi invita a riprovare e io cerco una scusa per prendere tempo.

–            Perché ‘sta cosa?

–            Paura? Pensavo che teniv più palle!

Ma mentre lo dice sembra quasi comprensivo

–            Sai ‘na cosa, Luca? è per festeggiare

–            Che devi festeggiare?

–            E’ il mio compleanno…

–            Auguri! Per questo non sei venuto a scuola, per festeggiare? Domani vieni?

Mi fa un sì poco convinto con la testa, e il suo nasone enorme oscilla in un modo che mi manda qualcosa di simile alla tristezza.

–            9 anni, faccio 9 anni.

–            Bravo!

–            E tu?

–            Io cosa?

–            Quando vene o’ compleanno tuo?

Esito.

Mia sorella domenica scorsa ha fatto 13 anni. Aveva la pagina del diario piena di frasi e disegni di auguri. –       – ‘o sai quando vene?

–            Tra 3 anni!

–            Come tra 3 anni?

E inizia a ridere

–            Tra 3 anni Salvato’! Ho controllato, siamo nel 1993 e viene nel ‘96. Tra 3 anni!

–            Ma non viene ogni anno il compleanno?

–            Il mio no! Non lo so perché. Ho controllato sul diario di mia sorella e sul calendario: non ci sta! Ho visto sull’agenda di mio padre, ci sono gli anni fino al 2000: la prossima volta sarà tra 3 anni!

–            E come fai? Resti di 8 anni per altri 3 anni?

–            Ho avuto paura di chiedere, non so perché mi hanno cancellato il compleanno. Eppure sono sicuro di essere nato quel giorno.

–  Che giorno è?

–            29 febbraio e viene tra 3 anni, sono sicuro.

Riesco a convincerlo e ritorna serio.

–            Non te preoccupa’!

–            Cosa?

–            Me la vedo io! Pure se viene tra 100 anni io mi ricordo. Non me scordo de’ compagni.

Siamo compagni. Io e Salvatore Russo, detto il Pippone siamo compagni. Si alza e io lo seguo, usciamo dalla stradina e camminando mi dà una pacca sulla spalla, sono felice, ma l’unica cosa che riesco a dirgli è:

       – oh ma sei ricchione? Leva ‘sta mano.

Racconti

Hidden Children

Belle le mani di mia mamma. Aveva due anelli sulla sinistra, uno è per l’amore di papà, l’altro è per il ricordo della nonna, mi spiegava.

Belle le mani di mia mamma, me le passava tra i capelli quando mi metteva a dormire e poi mi dava un bacio sulla fronte: «Fai sogni d’oro» mi augurava.

Belle le mani di mia mamma, anche quando le portava davanti agli occhi per nascondersi le lacrime. «Va tutto bene» mi diceva.

Va tutto bene.

«È solo una stella, la metto anche io. È perché vogliono sapere chi siamo» mi rassicurava.

«E chi siamo?» chiedevo io.

Forti le mani di mio padre. Aveva un orologio sul polso e un anello come quello di mia mamma: «è per l’amore della mamma» gli dicevo e lui annuiva.

Piccole le mie, ne davo una a papà e l’altra alla mamma quando camminavamo per strada. Ero al sicuro così, anche quando la gente ci indicava.

«Ci indicano per fare sapere agli altri che siamo qui» mi dicevano.

«Qui dove?» chiedevo io.

Perché non rispondevano alle domande lo iniziai a capire quando lanciarono dei sassi alla vetrina del negozio.

Mi voltai di scatto al primo colpo, vidi il sasso rimbalzare sulla vetrina e poi cadere a terra. Al secondo mi infilai sotto il bancone, al terzo mi aggrappai alla gamba di mia madre. Quando sentii il vetro rompersi mi portai le mani alle orecchie.

Fino a qualche mese prima giocavo sotto il cielo di Zabnko, facevo il bagno nel fiume e mi chiamavano tutti per nome.

Poi iniziarono a rivolgersi a me solo con insulti.

«Cosa ho fatto?» evitavo di chiedere.

Evitai di chiedere anche quando mio padre tornò con il volto insanguinato, e le sue mani forti erano diventate viola. Io non avevo il coraggio di guardarlo.

Si smette di essere bambini quando non si fanno più domande, e in breve sotto il cielo di Zabnko, di bambini non ce ne furono più. Non lo eravamo noi con la stella sul petto, che nemmeno più a scuola potevamo andare; non lo erano loro, che sul petto non avevano niente ma non potevano più salutarci.

Neanche la luce entrava a casa nostra, delle volte avevo paura dei raggi del sole che riuscivano a infilarsi tra le imposte. Il mondo imparai a percepirlo ascoltando i suoni che passavano dalle pareti della stanza da pranzo. Ascoltavo le voci dei ragazzi, i passi della gente, il cinguettio degli uccelli e i sassi che ci lanciavano contro.

C’erano giorni in cui li contavo: uno, due, tre. Inventai significati per i rumori: un sasso significava ciao, due sassi giochiamo, tre sassi cibo buono.

Rispondevo battendo le mani sul pavimento.

Al quarto sasso ricominciavo da capo.

La mattina del 19 marzo del 43, però, non seppi come rispondere. Sentii delle urla e delle lacrime. È strano il rumore delle lacrime; un silenzio che filtra anche tra le pareti più spesse.

Partirono dei suoni troppo rapidi per essere sassi: esplosioni, un tonfo e poi il silenzio.

Che succede? non chiesi.

Ti voglio bene non rispose mia madre.

Fu il primo dialogo da adulta che ebbi.

Entrarono in casa nostra la notte stessa. Cercavo il volto di mia madre mentre mi puntavano il fucile sulla testa.

«Dov’è tuo padre?» mi chiedevano.

Non lo so, ho paura non rispondevo.

Un uomo aprì la porta della cantina, lanciò lo sguardo nel vuoto senza luce, si fece passare una torcia, la accese e cominciò a scendere. Battevano sui gradini gli scarponi del soldato, il rumore dei passi sembrò rimbalzare un paio di volte prima arrivarmi. Quando si fermò chiamò gli altri, il soldato mi tolse il fucile dalla testa e lo raggiunse. Restai in ginocchio mentre sentivo gli stessi rumori della mattina, più vicini, più forti, dietro una porta di casa nostra. Esplosioni, un tonfo e poi il silenzio.

Ti voglio bene! non disse mia madre con gli occhi lucidi.

Belle le mani di mia madre, anche senza i due anelli che portava sulla sinistra. Li diede a una signora che frequentava il nostro negozio.

«Nel fienile in soffitta…» disse lei «…solo per pochi giorni.»

«L’amore di papà è sempre con noi e il ricordo della nonna ci accompagna» spiegò mia mamma appena rimanemmo sole.

Lo spero non dissi io.

Quanta paura faceva il rumore del vento che scuoteva il tetto di paglia, e il latrare dei cani che ci metteva in allerta. Sobbalzavo quando mi colpivano i raggi di sole, restavo immobile quando sentivo il fruscio dei rami. Sbirciavo tra gli assi i bambini che giocavano a palla. Imparai a riconoscere le voci e i nomi, ai colpi della palla contro il fienile rispondevo con lievi colpi sui mucchi di fieno, appena accennati per non fare rumore. Quel codice immaginario era l’unico modo che avevo di sentirmi ancora parte del mondo.

Era una commerciante mia mamma, così quando non poté barattare anelli cominciò a barattare paura. «Se scoprono noi uccidono anche te» disse alla donna. Così restammo nascosti, lontani dal mondo e circondati da rumori.

Belle le mani di mia madre. Belle.

Anche quando iniziarono ad annerirsi e caddero delle unghie. Non me le passava più tra i capelli ma mi dava lo stesso un bacio sulla fronte: «va tutto bene» le sussurravo.

Va tutto bene.

Sono solo passi, come quelli dei bambini quando giocano, solo un po’ più pesanti. È un rumore, come tanti altri, rispondo anche a questo con piccoli colpi sulla paglia. Colpi senza suono che servono solo per stare al mondo.

Va tutto bene.

Sono solo di passaggio, faranno qualche domanda e poi andranno via. Restiamo in silenzio come sappiamo fare. Del mondo ci arriva poco e quel poco ci basta. La paura ci arriva tutta ma sappiamo gestirla.

Forte il rumore dei passi. Forte.

Rimbombavano sul pavimento di legno del piano di sotto, e sentivo tremare le pareti della soffitta. Stringevo le mani della mamma mentre mi schiacciavo sul tra cumuli di paglia. Ogni passo sembrava più forte e più vicino.  A ogni suono davo un significato. Li immaginavo cercare, scrutare, esaminare, aprire porte e spostare mobili.

Va tutto bene.

O forse no, ma finirà presto. Andranno via o ci troveranno.

Volevo solo che finisse, la paura è una compagna che ti logora l’anima, e finisce per farti scordare anche della voglia di sopravvivere. Lasciai le mani di mia madre, belle sempre, ma ormai troppo deboli per tenere le mie. Mi alzai e sbucai dai mucchi di paglia, rimasi in piedi al centro del fienile.

Forte il rumore dei passi.

E volevo andargli incontro e farlo cessare, insieme a tutti gli altri rumori che delineavano i confini di quel mondo di suoni soffocati.

Forte.

Sempre di più. Tirarono lo scaletto e lo fecero scivolare lungo la botola, sentivo il rumore del legno che strusciava su altro legno. Era un battito per ogni scalino, gli occhi fissi e la bocca asciutta. Sincronia tra il mio cuore e i loro passi.

Restai immobile quando vidi spuntare la canna di un fucile, tirai il fiato quando vidi la punta di un berretto. Smisi di respirare quando incrociai degli occhi.

Occhi, non solo dei passi.

Un uomo, non solo rumori.

Scavalcò la botola e salì in soffitta, si guardò intorno come a cercare qualcosa. Io gli ero davanti, ferma come una statua di sale.

Non so se si accorse di mia madre sdraiata tra la paglia.

Disse qualcosa in una lingua che non conoscevo, rivolgendosi ai suoi compagni di sotto.

Credo che significasse: vuoto o libero.

Restammo lì a non dirci molte cose. Gli non dissi del fiume in cui facevo il bagno, del negozio di mio padre che vendeva belle scarpe, dei miei compagni di classe che, no, non sapevo che fine avessero fatto. Gli non dissi dei discorsi che facevo con il mondo battendo le mani sul pavimento o, quando non potevo fare rumore, sulla paglia.

Lui mi non disse che gli dispiaceva. Gli dispiaceva di tutto ma lui era solo un uomo, e un uomo solo non può fare nulla. Gli non riposi che lui, invece, stava facendo molto. Scese e io chiusi gli occhi mentre ascoltavo il rumore dei suoi scarponi battere i gradini dello scaletto.

C’era il vento che scuoteva il tetto di paglia, i cani che abbaiavano e i raggi del sole mi colpivano passando tra gli assi.

Tornai tra la paglia e strinsi quelle mani. Erano belle, le mani di mia madre.

<8000, Racconti

Il cacao nel Latte

Glieli ho lasciati, oggi, quei due centesimi di libertà.

E mi dà fastidio pure la luce.

Quando nevica è così, preferisco restarmene dentro, nei miei quattro metri quadrati di vita. Lo scorso mese dodici persone “mie pari” hanno deciso che devo morire; tra due settimane mi trasferiranno nel settore orientale e ci resterò finché non mi ammazzeranno.

Pare che non faccia male, è un po’ come dormire. O viceversa. Per questo delle volte provo ad addormentarmi a comando. Chiudo gli occhi, mi metto disteso e lascio che mi passino immagini davanti: facce della gente, camici bianchi e l’ultimo pasto con alette di pollo fritte, il gelato a menta e un bicchiere di latte con il cacao. Se imparo ad addormentarmi, forse, smetto di avere paura.

Fuori nevica, mi hanno detto, il cortile è un letto bianco e i passi affondano fino alla caviglia.

Caleb la neve non l’aveva mai vista, sorride quando batte le scarpe per far cadere il ghiaccio. Da quando è entrato qui dentro si è messo a dipingere, segue dei corsi:

– Ci sta la bellezza,

dice con l’accento straniero quando mi fa vedere le sue tele di fiori, soli e lune. E l’ha trovata qua dentro la bellezza nelle cose, dove ce ne sono di meno da guardare.

Ora si è messo in testa di dipingere la neve. Solo quella, senza paesaggio, senza oggetti imbiancati. Solo la neve, una distesa intera bianca. E vuole farlo su una tela bianca. Bianco su bianco. Qualcosa che c’è e poi sparisce. Vuole dipingerne la precarietà. “Il tempo di toccarla e poi sparisce.” è quella l’essenza che vuole cogliere Caleb.  

Toccare il nulla e sentirne l’effetto.

È un buon uomo Caleb, lo hanno chiuso per una questione di droga. Spacciava anfetamina. Lui dice di essere un assassino:

– È morta gente

Ripete

-… per le pasticche che gli ho dato

Spiega che chi spaccia non pensa alle conseguenze del gesto, si limita a quello. Un gesto, basta. Qualche movimento: mani in tasca, soldi nelle mutande e occhi vigili. Tutto meccanico, senza pensare. Come quando spruzzi il deodorante sotto le ascelle e non ti metti a pensare all’inquinamento globale e al buco nell’ozono.

Toccare la morte senza sentirne l’effetto.

Il contrario della neve.

Per questo “ci sta la bellezza” anche nella neve, dice.  

Tra quattro giorni è Natale. Caleb non lo festeggia e io l’ho ammazzato. Il Natale intendo. Ho ammazzato il Natale cinque anni fa, una domenica mattina.

L’ho ammazzato tre volte, con la neve a terra che si macchiava di sangue.

L’ho ammazzato e ora è morto per la gente che era in strada, per i bambini che hanno visto e non lo dimenticheranno più.

Il primo aveva ventisette anni e non ha conosciuto suo figlio per colpa mia. Il colpo lo ha beccato sul collo, ma io avevo mirato alla testa. Vidi il sangue schizzare come da una fontana e la barba finta che si spostava di lato mentre lui cadeva a terra. Distribuiva i volantini di un ipermercato con sconti fino al 50% su elettrodomestici e stoviglie.

Il secondo era un europeo di quarantacinque anni, polacco mi pare, dovettero portare la salma al suo paese con un aereo. A lui sparai più colpi, l’ultimo mentre era a terra di spalle. Aveva il travestimento migliore, barba, parrucca e girava con una renna. Prendeva venti dollari per una foto.    

Il terzo era un ubriacone, del vestito aveva solo il cappello e teneva una bottiglia in mano. Cantava Jingle Bells in maniera scomposta e triste. Non mancherà a nessuno.

Erano a pochi metri l’uno dall’altro e io ho sparato a tutti e tre.

Quando mi chiedono perché l’ho fatto rispondo che non lo so.

Non lo so.

So che Babbo Natale esiste e non dovrebbe, che quando ti incontrano per strada ti chiedono se sei stato buono e tu non sai cosa rispondere. So che hanno i cuscini sotto la mantella e la barba finta, e che sotto quella barba finta ci sono facce vere. Facce che ti chiedono soldi per le foto e si fanno pagare i regali.

So che Babbo Natale aveva la voce di mio zio, il fratello di mio padre, mancava poco a Natale e io avevo 4 anni. Avevo paura ed ero un po’ felice anche se si vedeva che la barba era finta; lui mi prese sul ginocchio destro e sull’altro mise un pacco.

Fuori c’era neve e io pensavo a mio padre che era a lavoro chissà dove. 

Scartai il pacco e dentro c’erano dei guantoni da pugile, li misi e mi andavano un po’ grandi.

E mia madre appoggiata alla porta del salone sorrideva come non faceva mai.

Scesi dalle ginocchia di Babbo Natale e cominciai a dare pugni all’aria e nel frattempo guardavo fuori dalla finestra la neve che cadeva.

E mia madre guardava un po’ me e un po’ Babbo Natale.

E sorrideva, come non faceva mai.

E sorrideva anche il Babbo Natale con la voce di mio zio, mentre io davo i pugni all’aria.

E la neve fuori la finestra cadeva.

La neve cadeva e io avevo dei guantoni troppo grandi.

Era silenziosa casa mia.

Avevamo un camino nel salone, il fuoco lo accendeva mio padre verso sera e io sentivo lo scoppiettio dalla mia stanza. Quando correvo verso di lui mi prendeva con le mani sotto le ascelle e mi faceva roteare in aria alzandomi sopra la sua testa, vedevo tutto dall’alto e la stanza pareva girare; ma il gesto durava un attimo e poi si ritornava al silenzio e allo scoppiettio del camino.

La domenica mattina preparava lui la colazione e mia madre restava a dormire un po’ di più. Metteva un po’ troppo cacao nel latte e risultava un po’ più amaro, ma a me piaceva.

A me piaceva.

A me piaceva la domenica mattina.

E mi piaceva pure la stanza che girava quando lui mi alzava sopra la testa.

Era domenica mattina.

E c’era la colazione pronta e il camino già acceso. Mio padre ondeggiava senza toccare terra attaccato al soffitto. Restai in silenzio con le braccia appese e sentivo i guantoni più pesanti.

Quando mia madre si alzò iniziò a urlare e venne gente. Due uomini cercarono di prendere i piedi di mio padre per tenerlo su. E c’era mio zio, che chiedeva scusa con la stessa voce di Babbo Natale.

Delle donne mi vennero vicino e mi dicevano di non guardare.

Mi portarono a casa di una di loro, mi diedero una tazza di latte con poco cacao e io rimasi tutto il tempo a guardare fuori dalla finestra.

La neve aveva smesso di cadere.

Racconti, Senza categoria

La sera che Luca mi riportò a casa

Racconto sulla dipendenza per un contest sul WD

se leggendo il racconto vi viene in mente il film Requiem For a Dream mi fa piacere, se non vi viene in mente beccatevi questa canzone

Vaffanculo

Ai baffi di mio padre e alle mani svelte di mia madre, ai centrotavola e alle cornici di argento. A mia nonna e al suo camminare piano, come a ricordarti che prima o poi si finisce per soffrire, alle sue guance che si accartocciano quando tossisce, come vecchi fogli di giornale, ingialliti e inutili, con storie vecchie di cui non frega più a nessuno. Fanculo alla sua pensione, sprecata a fare beneficenza nella speranza di chissà quale paradiso.

Paradiso

Costa venti euro e si scioglie in bocca. Come ti chiami tu? Non ricordo. Ti conosco, però. Passami da bere, lascia che mi esploda dentro, che scorra verso l’alto fino alla testa. Il mondo è dentro di me, quello fuori è un paesaggio che scorre a lato, rapido e inutile: terre desolate e lampioni alti che lanciano luci sfocate tutt’intorno. Eccomi, prendimi la mano: è questo il paradiso.

Guardami come se fossi una Madonna e baciami come se fossi una puttana. Come hai detto che ti chiami? Non mi importa, forse nemmeno ti conosco. Non conosco nessuno io. Nemmeno me, chi sono io?

Nessuno

Non sono Claudia, cresciuta con i quaderni ordinati e le parentesi graffe perfette nelle espressioni. Non sono Andrea, talmente frocio da non avere le palle di ammetterlo a se stesso. Non sono Anna, con le frasi giuste e i capelli ricci. Io sono il nome che resta sulla punta della lingua, il sorriso imbarazzato quando si resta in silenzio. Non ho un posto io, non so dove sedermi.

Cosa sono queste persone intorno a me? Andate via! Sparpagliatevi, lasciate che mi si sciolga il mondo sotto la lingua. Sono libera ora, qui e adesso. Non mi importa del prima e non ha senso il dopo. Sono io a scandire il tempo, a dipingere i posti, sono io a scegliere le facce. A te ho dato questa, non è un granché ma mi va a genio. Il mio mondo dura un attimo, il tempo di un trip, ma vale una vita, è tutto facile e alla portata.

Inferno

Perché mi guardi così? Pensavi che le madonne non potessero vomitare? Il paradiso scade in fretta, è un cibo che va a male e finisce con il darti la nausea. Arrivare all’inferno è un attimo. Chiedilo ai diavoli, a Lucifero. Lo hanno fatto anche loro il salto dal paradiso all’inferno, erano angeli bellissimi che hanno vomitato in paradiso e non ci sono più tornati.

Inferno o paradiso, non mi importa sopra o sotto, basta non restare a Terra, basta non camminare sul mondo. Io il viaggio posso farlo quando voglio, non resto confinata, volo e sprofondo, le porte si spalancano al mio passaggio. Gioco a dadi con Dio e a poker con Belzebù. Sono un angelo che è diventato un diavolo e che può tornare angelo.  

Terra

Sono a terra, questo è il pavimento, sa di freddo, carne e sangue, gioia e rabbia. Mi fa schifo la terra. Dammi una mano, aiutami ad alzarmi, oppure vai via. Cercati il tuo posto, rannicchiati su uno di quei divani accoglienti o sulle sedie colorate. Non riesco a starci qui, troppi passi, un ticchettio verso mete inutili. Io ci striscio sopra e sulle strade resto sdraiata, non mi portano da nessuna parte.

Riesco solo a volare. Volare è una dannazione. Non riesci a fare altro, pensi solo alla salita e alla discesa. Guardi tutto dall’alto o dal basso, ma mai di faccia.

Mani

È la tua mano questa, la riconosco. Luca, sei tu. Amico mio, fratello mio. Come stiamo bene io e te insieme, sei l’unico che riesce a seguirmi, siamo gli angeli più belli e i diavoli più scaltri. Andiamo via, portami via, sono come gli altri loro qui, hanno le mani pulite e finiranno con il farsi crescere i baffi e con il badare al sodo, alla sostanza. Non trovo nulla di più triste dello badare alla sostanza, del conoscere il risultato esatto dell’espressione. Io non so fare le parentesi graffe. Voglio che sia l’errore il risultato esatto, poter dividere per zero quando si complicano le cose e sentirmi dire che va bene così.

Strade

Con te sulle strade ci volo, non le tocco, né per camminare, né per restarci sdraiata. Guardiamo tutto dall’alto e corriamo così veloce da non farci raggiungere dalla morte. E nemmeno dalla vita. Forse. La notte finisce quando decidiamo io e te e il giorno nemmeno comincia se non ne abbiamo voglia. Smettiamo di contare il tempo, dividiamo per zero ogni secondo e vediamo cosa ne viene fuori.  

Casa

Perché la chiamo ancora così? perché mi ci hai portato? non voglio entrarci, non sono queste le mie porte. C’è troppo silenzio dentro e non riesco ad ascoltarlo. Ha due occhi grossi e rossi che mi puntano come le colt di un pistolero pronte a fare fuoco. Lasciami almeno un altro biglietto per il paradiso, lo posso pagare, ho i soldi per quello. Li ho presi dal cassetto della nonna, cosa c’è di male? Li usa anche lei per pagarsi un paradiso. Non è il migliore del mio il suo, è solo più arrogante. Da domani cambiamo vita, dobbiamo pur provare a camminarci su questa Terra, hai ragione, ci proviamo, non possiamo scappare per sempre. Ma stasera, ti prego, lasciami un ultimo giro.

È il mio letto questo, mi ci infilo senza togliermi i vestiti: le lenzuola sono mani che mi sfiorano e i cuscini braccia che mi accolgono. O mi stritolano. Non lo so. Mi infilo le cuffie nelle orecchie, per coprire questo silenzio infame rotto solo dal ritmico russare dei miei genitori, e me lo calo il mio cartoncino.

Tutto

Ecco cosa sono adesso. Ogni cosa. Plasmo il buio, gli infilo colori. Invento scimmie rosse e elefanti con gli occhiali. Chi sei tu? Non ho paura. Ti sfido se vuoi. Prendo i tuoi capelli di serpenti uno alla volta e li calpesto con i miei piedi nudi. Che faccia hai? Fammela guardare.

Cosa pensi di fare con la mia faccia? Non mi fai paura. No davvero!

Lasciami stare però… ridammi la faccia. Veronica sono io. Fammi sentire di nuovo il russare dei miei genitori, cosa sono questi suoni? Ridammi il silenzio. Ridammi la terra. Sono solo Veronica. Voglio dormire, chiudere gli occhi fino a quando non smetto di avere la testa piena di serpenti.

Squilli

Che ore sono? Non ho dato al giorno il permesso di tornare. È la faccia di Claudia che compare sullo schermo. Claudia e i suoi quaderni perfetti e le parentesi che curvavano al momento giusto. Claudia che cammina nel mondo guardandolo negli occhi. Claudia del “guarda Claudia”.

Non lo so dove è Luca, era con me ieri, si. Mi ha lasciata a casa e poi è andato via. È tornato a casa anche lui. Mi ha detto così. No, non siamo dei tossici noi. I tossici si bucano, noi abbiamo il nostro modo di vivere, non ci puoi giudicare. Non lo so dove è Luca. Torna alle tue risposte esatte Claudia.

Non lo so io dove è Luca.

Terra

Ancora. Mi fa schifo la Terra. Ti copre per due metri adesso e io ci sto provando a mantenere la promessa, a camminarci sopra, ma non ci riesco sapendo che ci sei tu sotto. Ho la sensazione di calpestarti a ogni passo, di farti del male.

Casa

Ci resto sempre più spesso adesso e vorrei che ci fossi tornato anche tu.

Ho imparato ad ascoltare il russare dei miei genitori e a guardare il camminare piano di mia nonna. Forse è quello il punto, sai? Camminare piano, senza voli e atterraggi. Fossi qui insegnerei anche a te a farlo. Un passo alla volta.

Racconti

Le forme dei barrè

Un racconto scritto per un contest Natalizio nel 2017. L’idea sarebbe tirarci fuori un libro.

Io che non seguo il mio cuore

Mimmo mi diceva che con tre accordi puoi suonare “La canzone del Sole” e con il giro di Do si può coprire una discreta fetta della musica italiana. Ma a me è sempre piaciuto Pino Daniele.

Perché so già dove mi porterà

In verità dove mi porta il cuore non è che io abbia tutto questo tempo di chiedermelo, domande troppo filosofiche per me, che sono nato ad un primo piano di Via Correra e vado girando con il cognome di mia madre. Sono sempre dovuto andare dove la strada mi portava.

Il mio palazzo è alla fine della strada, praticamente esci di casa e ti trovi nel mezzo di un bivio e Mimmo aveva preso un locale in fitto sul lato sinistro, un basso fetente che era stato abbandonato pure dai topi. Ci mise un mese e mezzo, serranda abbassata dalle sette di mattina alle undici di sera, usciva solo per mangiare.

Quando ebbe finito quello che ne venne fuori era qualcosa di spettacoloso; a vederlo faceva anche più schifo di prima, mobilia riciclata, quadri inchiodati storti e botte di pittura su tutti i muri, ma era pieno di speranza.

Chi gliela avesse data tutta quella speranza nessuno lo aveva capito del tutto. Non il carcere, diceva lui, che però in due anni gli aveva lasciato cinque o sei accordi per la chitarra e tanta voglia di imparare. Fu Mohamed ad insegnarglieli, compagno di cella, arrivato dalla Tunisia per seguire il sogno della musica, disposto a portarsi dietro quasi un kilo di hashish pur di arrivare dall’altro lato del Mediterraneo.

Mimmo ebbe la folle idea di organizzare una scuola di musica per insegnare a suonare la chitarra a tutti quelli che, come me, uscendo di casa si trovavano nel mezzo di quel bivio.

A destra c’è sempre stato don Ciro, i suoi compari, giri loschi e un locale pieno di flipper e promesse, con l’arredamento che si rinnovava ogni due anni al massimo.

fra milioni di persone, lui ha scelto te, e non ti tradirà

Don Ciro era bravo a farti credere di essere stato scelto.

Tu tra tanti, tu tra tutti.

Ti infilava complimenti tra le chiacchiere e qualche soldo nelle tasche, fino a che finivi per credere che ci entrasse qualcosa pure il cuore, che ci fosse un po’ di sentimento, di affetto, nel modo in cui si comportava. Da lui ci si finiva senza rendersene conto veramente, un vicolo che si stringeva ad ogni metro fino a diventare talmente stretto da non poter più girare per tornare dietro.

Mimmo lo sapeva bene, per questo veniva a prenderci fin dentro casa, ci rincorreva, ci bloccava; trovò un buon istruttore, una persona per bene. E non parlava mai di Don Ciro, lasciava che scivolasse piano piano dalle nostre teste e nel frattempo ti mostrava l’alternativa.

Uno ti faceva credere di essere stato scelto, l’altro ti insegnava a scegliere.

Dopo tre lezioni avevo imparato a suonare “Tanti auguri a te”; alla decima ne eravamo così tanti che le sedie non bastarono e finimmo per sederci a terra. C’erano sette chitarre per ventuno ragazzi, facevamo i turni per provare gli accordi e Mimmo, se avesse potuto, si sarebbe venduto pure un rene per comprarne qualche altra.

L’idea del falò gli venne quando tutti avevamo imparato a suonare almeno tre canzoni:

– Tre canzoni

diceva Mimmo,

-…sono il minimo per poter far credere a tutti di saper suonare.

Io avevo imparato “Una vita da mediano” di Ligabue, “La canzone del Sole” e una canzone da chiesa, ma a me piace Pino Daniele.

Avrei voluto suonare “Dubbi non ho”, ma il problema era il barrè. Cambiare capotasto, cambiare la tonalità, armonie nuove con le stesse corde.

Io proprio non riuscivo, usciva fuori un suono soffocato, mi si arrossava l’indice e mi si stizzavano i pensieri.

L’istruttore mi diceva che era solo una questione di esercizio, anche per questo fissammo la data per la fine di Agosto, avrei avuto tutta l’estate a disposizione.

Mimmo aveva noleggiato un pulmino per accompagnarci tutti verso Castel Volturno, su una spiaggia appartata.

Della carne ci occupammo io e Salvatore, due chili di salsicce e ventitré hamburger, comprati solo con le offerte di chi, guardandoci entrare ed uscire da quel buco di speranza, decise di darci una mano.

Ero bravo ad accendere il fuoco, c’era stato un periodo in cui, con un altro paio di sciagurati, avevo passato interi pomeriggi a bruciare tutto quello che ci capitava sott’occhio, facevamo dei falò con le cianfrusaglie e poi ci pisciavamo sopra, giù nei parcheggi delle fabbriche della Fabris, quelle fallite e chiuse nel’88 senza tanto preavviso, dalla sera alla mattina,

Mai nessuna, mi ha mai detto sono pazza di te

A volte mi lasciavano portare una chitarra a casa, in modo da poter provare per tutta la notte.

Mia madre sorrideva quando mi vedeva suonare i miei quattro accordi striminziti. Non è mai stata una santa, questo lo so, ma lasciava la cena coperta per non farla raffreddare e quando la sera la trovavo seduta con le pantofole di stoffa ai piedi mi piaceva pensare che fosse uguale a tutte le altre madri. Spogliate da tutto il resto, dai vestiti e dalle dinamiche personali, con le pantofole ai piedi, le mamme, per me, restavano soltanto mamme. E non potevano essere diverse l’una dall’altra.

Il botto mi spezzo la strofa sul quel “pazzo di te…”, mia madre smise di sorridere e corse in strada. Io sfrecciai come un pazzo, mentre le sirene degli allarmi delle auto mi rimbalzavano nei timpani.

Mimmo lo dovettero trattenere in tre, si sarebbe gettato tra le fiamme pur di salvare anche un solo spartito. Quando arrivarono i pompieri le fiamme avevano già fatto i danni che dovevano fare. Il cielo era pieno di fumo e la cenere arrivò fin fuori il locale di Don Ciro. Ci aveva provato Mimmo, a salire di tonalità, a cambiare capotasto per tirar fuori armonie nuove dalla stessa chitarra scassata, ma avevano fatto un falò delle sue speranze e ci avevano pisciato sopra.

Il trucco è nel modo in cui spargi la benzina, il botto è poco importante, serve solo a fare scena, per fare in modo che accorra gente; me lo spiegò Ciccio Cardamone, devoto personaggio alla corte di Don Ciro.

Dei ventuno del corso più della metà finirono nel locale di Don Ciro prima di Natale; io per la prima volta ci entrai nel febbraio successivo.

Mi dissero che, se mi fossi comportato bene, se avessi fatto quello che mi dicevano, di chitarre ne avrei potute comprare quante ne volevo. Qualcuno, però, riuscì a non entrarci mai da Don Ciro. Qualcuno che, forse, era più bravo di me nel barrè.

É importante mettere una buona quantità di benzina lungo la piattabanda, nella parte superiore della porta d’ingresso, in modo da riuscire a circoscrivere l’incendio, senza danneggiare troppo il piano superiore. Questo l’ho capito da solo, dopo i primi quattro o cinque falò commissionatimi da Don Ciro.

Mi chiamano “Tonino il piromane”, perché sono bravo ad appiccare il fuoco, a me che davanti al fuoco volevo solo suonarci una canzone.

E stasera, mentre vedo bruciare una yogurteria aperta da appena un mese, altro buco di speranza che andava poco a genio a Don Ciro, con le fiamme che mi illuminano la faccia e la cenere che copre il cielo, l’unica cosa che vorrei fare è tornare a casa, togliere il coperchio dalla cena e finire quella strofa a mia madre che mi osserva sorridendo, con le pantofole ai piedi.

È il dieci di agosto: la notte di san lorenzo, la notte delle stelle, la notte dei falò.

Mi chiamano “Tonino il piromane” e non so fare il barrè.

Senza categoria

VHS

Credo che quello che renda magica l’infanzia sia il percepirla, in un certo senso, mostruosamente lunga. Non lo percepisci il tempo che passa quando sei ragazzino; d’altra parte, che il tempo passa, te ne accorgi solo se hai altro tempo passato con cui confrontarlo.
Resta fermo tutto da bambino, come in un quadro, ed in quel quadro ciascuno si costruisce il proprio mondo. Ci sta la famiglia, ci sono i cugini, gli amici, i nonni. Ognuno ha il suo posto, ci sono magnifici e rassicuranti contorni che delineano l’inizio e la fine, un qualcosa, nel piccolo, di simile alla siepe leopardiana.
Diciamo un “bonsai” leopardiano.
Si è figlio, cugino, amico, nipote. Lo sai cosa sei da bambino, ti resta solo da completare il disegno inserendo dettagli sullo sfondo: personaggi da seguire, giochi da fare.

Noi nati negli anni 80, primogeniti obbedientissimi di mamma tv, ci abbiamo messo una caterva di personaggi televisivi in quel quadro. Li abbiamo presi dai cartoni animati, dalle serie americane, dalle partite e dai film. Questi personaggi, però, a differenza di tutto il resto, a differenza di noi stessi, non invecchiano, restano uguali, o meglio, il loro invecchiamento dura lo spazio di un’apparizione televisiva, il tempo di qualche domanda di Fabio Fazio o Daria Bignardi. E’ una vecchiaia reversibile, ritornano giovani, nella nostra percezione, appena rivediamo quel film o quella puntata della serie.
Bud è rimasto il tipo barbuto che aveva sempre gli occhi un po’ assonati ed in grado di prendere tutti a cazzotti. Vecchio ci era sempre per poco tempo, poi tornava giovane quando ridavano Trinità.
E’ per questo che ci affezioniamo così tanto a personaggi come lui, perché ci fanno ritornare, inconsciamente, a quel senso di immutabilità che non smettiamo mai di inseguire, a quei contorni che cerchiamo di ricucire, allargare e rompere continuamente.
Gli volevamo bene perché ci dava l’illusione della reversibilità, del poter rivedere i vecchi giovani, di poter vedere di nuovo gli altri dal basso, di potersi sentire ancora piccoli senza averne vergogna, di poter credere ancora ai giganti buoni, semplicemente riavvolgendo il nastro.
Perché, alla fine, più della vecchiaia, della morte, del tempo che passa, quello che ci spaventa è proprio questo: il non poter rivedere tutto da capo, anche allo stesso modo, anche con gli stessi attori, con le stesse battute e gli stessi pugni.
Il non poter registrare tutto su una VHS e poi riavvolgere il nastro, come facevamo da bambini quando registravamo i suoi film e li rivedevamo il giorno dopo.

In ogni caso, speriamo che non sia don Matteo a celebrare il rito funebre.

arte 7, Racconti

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Ho visto per la prima volta bttf2 nel luglio del ’90 dal terrazzo della casa dei miei nonni che si affacciava in un cinema all’aperto. In quella stessa estate diedero la Sirenetta, Ghostbusters II, Tesoro mi sono ristretti i ragazzi e non so quale capitolo di Nigthmare.
Non capii tutto del film, alcuni passaggi non mi furono chiari, ma passai intere giornate nel tentativo di trasformare la peugeot di mia madre in una macchina del tempo utilizzando un secchio di vernice come flusso canalizzatore.


Mi piaceva pensare al futuro, il 2015, con le auto che volano, gli ologrammi che ti passano di fianco ed i Cubs che vincono la world series.
Non ricordo di preciso quando smisi di provarci, i sogni così funzionano, sai quando iniziano e non riesci a capire quando è che smetti di crederci e ti convinci che, in fondo, come alla storia di babbo natale, non ci hai mai creduto veramente.
Non lo so quando è che ho smesso di credere nelle cose impossibili ed ho iniziato ad inseguire quello che passava il convento, non so manco di chi è la colpa: se della crisi, della televisione, della società, della pigrizia, del secondo principio della termodinamica, della politica, del pc o di Berlusconi, ma giunsi alla conclusione che sporcare le auto con un secchio pieno di schifezze fosse una perdita di tempo.


Nel 2015 ci sono arrivato lo stesso e se avessi una macchina del tempo la userei per tornare al luglio del ‘90 e chiedere scusa a quel me stesso ragazzino che guardava il film dal terrazzo dei nonni. 
Mi spiace aver lasciato tante cose a metà, di aver messo da parte obiettivi senza un motivo valido. Mi spiace aver considerato una perdita di tempo le tue cose, senza però essere riuscito a trovarne di altre più serie.

Vorrei poter chiedere scusa a Doc e Marty, perché loro ci avevano avvisato che il futuro non è scritto ma è come lo crei, che sarebbe dipeso solo da noi. Scusate ragazzi, ma quando ti parlano di un futuro lontano 25 anni ti sembra di avere un tempo infinito in cui poter fare e cambiare tutto, e invece quando questo tempo passa l’unica cosa che riesci a fare è lamentarti di non averne avuto abbastanza.

Oggi arriveranno Marty e Doc e mi viene da pensare alla figura di merda che faremo quando vedranno che gli ologrammi non passeggiano per strada, i Cubs non hanno ancora vinto la world series e la Juve ha vinto il campionato esattamente come nel 85-86 (anno di uscita del primo film).
Se ne fregheranno di internet, degli smartphone e dei google glass. Ci chiederanno cosa è cambiato veramente, cosa siamo riusciti a far volare e vorranno sapere quali dei nostri sogni siamo riusciti a realizzare.
Non ci resta che sperare che rimandino il loro arrivo al 2045, sperando, per allora, di riuscire a fargli trovare una delorean volante o, quantomeno, la juve in serie C.