VHS

Credo che quello che renda magica l’infanzia sia il percepirla, in un certo senso, mostruosamente lunga. Non lo percepisci il tempo che passa quando sei ragazzino; d’altra parte, che il tempo passa, te ne accorgi solo se hai altro tempo passato con cui confrontarlo.
Resta fermo tutto da bambino, come in un quadro, ed in quel quadro ciascuno si costruisce il proprio mondo. Ci sta la famiglia, ci sono i cugini, gli amici, i nonni. Ognuno ha il suo posto, ci sono magnifici e rassicuranti contorni che delineano l’inizio e la fine, un qualcosa, nel piccolo, di simile alla siepe leopardiana.
Diciamo un “bonsai” leopardiano.
Si è figlio, cugino, amico, nipote. Lo sai cosa sei da bambino, ti resta solo da completare il disegno inserendo dettagli sullo sfondo: personaggi da seguire, giochi da fare.

Noi nati negli anni 80, primogeniti obbedientissimi di mamma tv, ci abbiamo messo una caterva di personaggi televisivi in quel quadro. Li abbiamo presi dai cartoni animati, dalle serie americane, dalle partite e dai film. Questi personaggi, però, a differenza di tutto il resto, a differenza di noi stessi, non invecchiano, restano uguali, o meglio, il loro invecchiamento dura lo spazio di un’apparizione televisiva, il tempo di qualche domanda di Fabio Fazio o Daria Bignardi. E’ una vecchiaia reversibile, ritornano giovani, nella nostra percezione, appena rivediamo quel film o quella puntata della serie.
Bud è rimasto il tipo barbuto che aveva sempre gli occhi un po’ assonati ed in grado di prendere tutti a cazzotti. Vecchio ci era sempre per poco tempo, poi tornava giovane quando ridavano Trinità.
E’ per questo che ci affezioniamo così tanto a personaggi come lui, perché ci fanno ritornare, inconsciamente, a quel senso di immutabilità che non smettiamo mai di inseguire, a quei contorni che cerchiamo di ricucire, allargare e rompere continuamente.
Gli volevamo bene perché ci dava l’illusione della reversibilità, del poter rivedere i vecchi giovani, di poter vedere di nuovo gli altri dal basso, di potersi sentire ancora piccoli senza averne vergogna, di poter credere ancora ai giganti buoni, semplicemente riavvolgendo il nastro.
Perché, alla fine, più della vecchiaia, della morte, del tempo che passa, quello che ci spaventa è proprio questo: il non poter rivedere tutto da capo, anche allo stesso modo, anche con gli stessi attori, con le stesse battute e gli stessi pugni.
Il non poter registrare tutto su una VHS e poi riavvolgere il nastro, come facevamo da bambini quando registravamo i suoi film e li rivedevamo il giorno dopo.

In ogni caso, speriamo che non sia don Matteo a celebrare il rito funebre.

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1,21 Gigawatt

Ho visto per la prima volta bttf2 nel luglio del ’90 dal terrazzo della casa dei miei nonni che si affacciava in un cinema all’aperto. In quella stessa estate diedero la Sirenetta, Ghostbusters II, Tesoro mi sono ristretti i ragazzi e non so quale capitolo di Nigthmare.
Non capii tutto del film, alcuni passaggi non mi furono chiari, ma passai intere giornate nel tentativo di trasformare la peugeot di mia madre in una macchina del tempo utilizzando un secchio di vernice come flusso canalizzatore.


Mi piaceva pensare al futuro, il 2015, con le auto che volano, gli ologrammi che ti passano di fianco ed i Cubs che vincono la world series.
Non ricordo di preciso quando smisi di provarci, i sogni così funzionano, sai quando iniziano e non riesci a capire quando è che smetti di crederci e ti convinci che, in fondo, come alla storia di babbo natale, non ci hai mai creduto veramente.
Non lo so quando è che ho smesso di credere nelle cose impossibili ed ho iniziato ad inseguire quello che passava il convento, non so manco di chi è la colpa: se della crisi, della televisione, della società, della pigrizia, del secondo principio della termodinamica, della politica, del pc o di Berlusconi, ma giunsi alla conclusione che sporcare le auto con un secchio pieno di schifezze fosse una perdita di tempo.


Nel 2015 ci sono arrivato lo stesso e se avessi una macchina del tempo la userei per tornare al luglio del ‘90 e chiedere scusa a quel me stesso ragazzino che guardava il film dal terrazzo dei nonni. 
Mi spiace aver lasciato tante cose a metà, di aver messo da parte obiettivi senza un motivo valido. Mi spiace aver considerato una perdita di tempo le tue cose, senza però essere riuscito a trovarne di altre più serie.

Vorrei poter chiedere scusa a Doc e Marty, perché loro ci avevano avvisato che il futuro non è scritto ma è come lo crei, che sarebbe dipeso solo da noi. Scusate ragazzi, ma quando ti parlano di un futuro lontano 25 anni ti sembra di avere un tempo infinito in cui poter fare e cambiare tutto, e invece quando questo tempo passa l’unica cosa che riesci a fare è lamentarti di non averne avuto abbastanza.

Oggi arriveranno Marty e Doc e mi viene da pensare alla figura di merda che faremo quando vedranno che gli ologrammi non passeggiano per strada, i Cubs non hanno ancora vinto la world series e la Juve ha vinto il campionato esattamente come nel 85-86 (anno di uscita del primo film).
Se ne fregheranno di internet, degli smartphone e dei google glass. Ci chiederanno cosa è cambiato veramente, cosa siamo riusciti a far volare e vorranno sapere quali dei nostri sogni siamo riusciti a realizzare.
Non ci resta che sperare che rimandino il loro arrivo al 2045, sperando, per allora, di riuscire a fargli trovare una delorean volante o, quantomeno, la juve in serie C.


22i

Per una serie di motivi volevo provare a scrivere un racconto erotico, ma è venuta fuori tutt’altra cosa…

 

Elena ha 22 anni.

Mi ricordo di mia moglie a 22 anni, nascosta sotto tre strati di lana e flanella, passeggiate ed esami.

Elena è italiana ma non lo dice, a me disse che era albanese. Era l’anno scorso, un giovedì sera.

Mia moglie il giovedì sera va in parrocchia, fa dei corsi di cucito o qualcosa del genere.

Non lo ricordo di preciso, me lo ha detto più volte, ma non lo ricordo; ho smesso di chiederglielo e lei ha smesso di dirmelo.

Ci sto parlando con Elena, le dico che un’altra settimana come questa non la reggo.

Lo dico ma non è vero, reggo tutto, reggiamo tutto e restiamo al nostro posto finché quel tutto continua a reggerci. Il mondo si stanca di noi sempre prima che noi possiamo stancarci di lui.

Elena non lo sa che lavoro faccio, glielo ho detto più volte, ma non lo ricorda.

Vorrei che me lo chiedesse, però, un’altra volta ancora, e vorrei dirglielo, altre cento di volte.

Ti parlo Elena e mi illudo che mi ascolti.

Non conosco il nome di Elena, lei si fa chiamare Miroshe ma so che non è il suo vero nome.

Tutti gli albanesi che ho conosciuto fingono di essere italiani per trovare lavoro, Elena è l’unica che ha fatto il contrario. Dice che le albanesi passano per disperate e le italiane per troie e, come succede a tutti, le ragioni delle altre le sono apparse meno vergognose delle sue.

Si è trovata un nome da disperata per sentirsi meno troia, ma io le ho inventato un nome italiano per sentirmi meno disperato.

L’ho chiamata Elena perché nel pronunciarlo deve sorridere per forza. La bocca si allarga con le prime tre lettere. Mi piace quando sorride, ha le gengive grosse e gli incisivi sembrano non ancora spuntati del tutto.

Si dice che ti innamori dei difetti, ma ho 44 anni, di difetti ne ho visti troppi per potermi innamorare un paio di denti.

Elena è nuda ed io le guardo la bocca. Mi fa male quando si spoglia, vuol dire che va di fretta. Le ho portato un libro la settimana scorsa, lo avevo comprato su una bancarella di piazza Dante.

Le ho detto che leggere le mette il mondo nelle mani, le fa vedere posti che non ha mai visto.

Elena avessi 20 anni di meno ti porterei io in spalla a vedere il mondo, ti porterei su San Martino da dove si vede tutta Napoli; la Napoli vera, quella che “guarda Napoli e poi muori”, quella del Sole e del golfo. Ti porterei via da questa stanza in cui il Sole non arriva manco a mezzogiorno.

Vorrei ascoltarti Elena.

Ma Elena parla poco. Tiene alla sua bocca più che alla sua carne. Se la tiene stretta, non la usa né per baciare né per parlare.  Le chiude i sogni dentro e le chiacchiere.

Fammi entrare Elena, nel tuo mondo all’incontrario.

Luce in basso e buio sopra, Sole dentro e notte fuori.

Cosce aperte e sogni chiusi, Elena.

Chiusi come le chiese di notte ed i bordelli di giorno, che poi non è manco tanto vero, ché con i soldi preti e puttane li trovi a tutte le ore.

Siamo tutti in vetrina, Elena, compriamo quello che possiamo e vendiamo quello che ci chiedono, ed ognuno inizia da quello a cui tiene meno che, per tutti, poi, è la dignità.

Ne vendo un pezzo ogni 27 del mese, Elena, testa bassa e sveglia presto, caffè nero e camicia bianca, fresca di bucato. Chissà se avevo sogni Elena, nemmeno mi ricordo, smontati da buste paga e scadenze tassative. Avevo capelli lunghi e pantaloni corti, poi ho accorciato i primi ed allungato i secondi.

Schiacciami, su queste lenzuola calde. Resta zitta, stringi le parole e allarga le cosce, che è un modo come un altro per vendersi un pezzo di dignità e non è detto che sia il più schifoso.

Volevo portarti a vedere il mondo, Elena, ma il mondo è più bello dalle tue cosce che dalle mie spalle.

Le tue bugie costano meno e si pagano ad ore.

Custodisci le parole, Elena, vendi le tue ore e fattele pagare, ché comprano le vite e nemmeno te ne accorgi, gliele lasci in saldo con il sorriso sulle labbra e una stanchezza di cui vai quasi fiero.

Mentimi Elena, come mentono i capelli lunghi ed i pantaloni corti, le chiacchiere, i presidenti, le auto, i corsi di cucito e le chiese. E tu continua a crederci, continua a vendere quello che ti è meno caro, come ho fatto io, come fanno tutti.

Mentimi, perché non chiediamo altro, perché le tue bugie sono migliori delle nostre, perché bugie come le tue sono troppo belle per essere smascherate, le cercano tutti, su un marciapiede o in una chiesa, da una puttana o da un Dio.

A cosa non si sarebbe disposti a credere, pur di sentirsi amati?

Anche solo per un attimo.

Anche solo per finta.

 


4 stronzate (in più) su “La grande bellezza”

Innanzitutto non descrive Roma, né ha la pretesa di farlo, non è un documentario, quella Roma non esiste. E’ un film sulla vita, ma che non racconta la vita. La vita Sorrentino te la fa arrivare, la senti alla fine del film, ti filtra dentro per osmosi. E’ negli sguardi delle comparse, negli occhi della donna nella limousine bianca, è nelle albe romane, nei silenzi dei trenini che “non vanno da nessuna parte”, nei chiaroscuri dei primi piani che ricordano Caravaggio.

Un film realista che dalla realtà si stacca, amplificandone le oscillazioni ma lasciando le forme immutate. Racconta i vizi della gente normale mascherandoli da eccessi di squattrinati tossicodipendenti.

I personaggi siamo noi, siamo Serena Grandi che si ostina ad uscire dalla torta, le facce gonfie dal chirurgo plastico che si somigliano un po’ tutte, siamo le insicurezze di Carlo Verdone e gli occhi tristi sparsi nelle feste.

Siamo i chili di fard sulle facce delle sessantenni, le teste pettinatissime ai funerali, il bla bla bla che copre i silenzi e le riflessioni.

Siamo Jep Gambardella che cammina all’alba, la scia della sua sigaretta che si disperde in sfondi magnificenti. Siamo un insicuro ego smisurato che riduce la bellezza a sottofondo, le cammina sopra senza notarla.

Sorrentino ci smaschera mascherando la realtà.

Scioglie il nostro trucco quotidiano, truccandoci da ricconi mondani, drogati ubriaconi; scherza sull’assenza del dialogo, smaschera la vacuità dei monologhi che utilizziamo per costruirci agli occhi degli altri.

Simboleggia l’incapacità di cogliere l’essenza delle cose, la tristissima tendenza all’idolatria che porta a ricercare involucri per tutto, la necessità di toccare con mano le cose, definirne i contorni, la piccolezza intrinseca che ci spinge alla continua ricerca di un vitello d’oro da venerare, che sia esso un’artista che da le capate nei muri o una monaca santa.  Cioè che conta sono i contorni, l’involucro.

Attorno a Jep si srotolano le trame, le vite delle persone che lui riesce a cogliere da lontano.

Jep è l’epilogo, lo è sempre stato. La sua trama l’ha vissuta un altro, lui l’ha lasciata su uno scoglio di Capri, si è perso nella ricerca della Grande Bellezza, ha camminato “nell’altrove” ritrovandosi a girare in un trenino, un andirivieni esistenziale che ti riporta sempre al punto di partenza.

Jep, per una vita, ha camminato senza osservare.

Ha passato una vita all’epilogo, nel ricordo. Ogni tanto ci ritorna, si sente di nuovo quel ragazzo che esce dall’acqua di Capri, che riceve gli applausi dagli scogli, che si ferma davanti ad una camicetta sbottonata. Jep è rimasto fermo, nonostante gli  anni, i tanti passi spesi alla ricerca “dell’altrove” che finiscono per diventare un patetico circolo, come i trenini delle sue feste che vanno “da nessuna parte” senza troppe angosce.

E’ un invito sottile a non perdere la nostra di trama, a non girare a vuoto. A guardare le cose belle, una ad una, a chiamarle per nome, come i fenicotteri su una terrazza abituata a tanta gente e poca compagnia. Siamo un po’ tutti involucri con poco contenuto, bizzarri artisti inconcludenti che “vibrano” senza sapere bene per cosa, incapaci di rispondere a domande che dovrebbero essere il punto di partenza.

Jep, a 65 anni, cammina tra le storie degli altri, storie di vita e di morte, storie diverse che però rendono simili chi le vive.

Jep smaschera l’artista, il suo costrutto di balle, smaschera “il trenino”  ipocrita e vuoto che gira intorno alla santa, ridotta anch’ella ad involucro, ad icona da fotografare.

I trenini di Jep sono i trenini di tutti, incapaci come siamo di godere delle cose, afflitti ricercatori di Grande Bellezza.

Jep, critico e supponente, il bello, alla fine, lo trova nella semplicità del marito della donna che amava,  nella quotidianità da cui lui è fuggito. Lo trova nell’alba di Roma, nella spiritualità di un convento e nei rapporti umani.

Mostrando gli sfarzi di una Roma irreale, Sorrentino descrive la gente, la gente comune e ne esalta la semplicità, spinge ad amarla.

Il casino, le feste, il bordello e le bugie (piccole e meno piccole), è una rappresentazione onirica del nostro mondo.

Il presunto squallore dei ricchi c’entra poco, quel mondo resta distante e indecifrabile, anche se talvolta ci passa di fianco. E’ un mondo subdolo e silenzioso da cui Sorrentino prende le distanze, lasciandolo chiuso dietro la finestra del suo vicino di casa.

Il paragone, quasi obbligato, con La vita è bella per me non regge. La vita è bella tratta un argomento che, cinematograficamente, ha rotto un po’ i coglioni, anche se nessuno lo può dire senza essere accusato di insensibilità.

Tra Sorrentino e Benigni non c’è confronto:

La vita è bella è un colpo di genio di un attore che ha fatto qualche commedia divertente prima e ha campato di rendita poi (la tigre e la neve, pinocchio…); La grande bellezza è il lavoro, curato nei dettagli, di un genio. Volendo fare una similitudine calcistica, si potrebbe dire che La vita è bella è la partita di Grosso contro la Germania e La grande bellezza è la partita di Maradona contro l’Inghilterra. (Utilizzo Maradona per rispetto a Sorrentino, io continuo a preferire Ronaldo)

Se si riduce la Grande Bellezza alla dicitura <<un film su Roma>> probabilmente si è fuori strada. I film di Sorrentino non sono etichettabili.

L’uomo in più non è un film sul calcio, L’amico di famiglia non è un film sull’usura, Le conseguenze dell’amore non è un film sulla camorra.

Forse è questo ciò che spinge alcuni a preferire La vita è bella.

La vita è bella  è un film molto più immediato, facilmente descrivibile.

Sull’effettiva consistenza della trama de La vita è bella preferisco sorvolare.

Trovo legittimo, invece, il paragone con Il postino. Ma quello è un discorso a parte, anche quel film aveva un Maradona (per me sempre Ronaldo) in campo, napoletano anche lui.

L’oscar ci sta tutto, basta pensare che Gravity, un film inconsistente, con una trama vista e stravista che potrebbe essere concepita anche da un ragazzino di seconda elementare, con due attori che si dividono un’unica espressione (il sorriso a mezza faccia di George, Sandra Bullock ormai è stata privata di mimica facciale a furia di botulino) ha vinto sette statuette. Per carità, la regia di Gravity è stata eccezionale, ma è un mero esercizio tecnico, trasmette più pathos una gallina che fa l’uovo.


Se non hai un blog

  1. Non hai niente da dire
  2. Sei fuori tempo
  3. Non vai da nessuna parte
  4. Sei  uno snob
  5. Guardi troppa televisione
  6. Sei antico
  7. Nessuno ti caga
  8. Sei imbranato
  9. Sei uno che si accontenta
  10. Sei uno sfigato
  11. La tua ragazza ti tradisce
  12. Il tuo ragazzo ti tradisce
  13. Mangi troppo la sera
  14. Sei milanista
  15. Non hai ambizioni
  16. Sei troppo ambizioso
  17. Hai tradito la tua ragazza
  18. Ti puzzano i piedi
  19. C’è qualcosa che ti turba
  20. Hai problemi esistenziali
  21. Sei depresso
  22. Sei scemo
  23. Mangi troppo poco la sera
  24. Non capisci niente di calcio
  25. Leggi poco
  26. Sei un inetto che non ha senso critico
  27. Sei un insensibile

ecc

In altre parole se non hai un blog hai qualcosa che non va, tutti hanno un blog.

Qualcuno anche 2.

Qualcuno anche 3.

C’è poco da fare, senza un blog  veramente (ma veramente) non sei nessuno.

Quindi, volendo iniziarne uno, più per prova che per vocazione, la prima cosa che ho fatto è stata raccogliere qualche consiglio in rete.

Dalle informazioni raccolte sono riuscito ad estrapolare alcune regole fondamentali:

Regola numero 1- Metterci la faccia

Gli utenti preferiscono il contatto diretto; vogliono iterazione, sapere con chi hanno a che fare. E’ importante mettere foto, farsi vedere.

Ne deriva come corollario la

Regola  1 e 1/2 – Evitare blog anonimi

Il nome è importante, non bisogna temere la reazione dei conoscenti, gli eventuali sfottò degli amici. Mostrarsi sicuri è la prima cosa, è importante mettere il proprio nome come garanzia di impegno.

Regola numero 2- Avere molto tempo a disposizione

Gestire un blog richiede tempo, richiede impegno costante. Se non avete abbastanza tempo è inutile iniziare. Gli utenti, nella remota ipotesi in cui capitino per caso sul vostro blog, ci torneranno solo se troveranno contenuti nuovi ed interessanti.

Regola numero 3- Scegliere un argomento

Bisogna pianificare, porsi degli obiettivi e specializzare il blog, in altre parole: definire il pubblico a cui è rivolto il blog! Svariare da un argomento all’altro è controproducente, gli utenti vanno su un blog quando trovano interessante il modo in cui viene trattata una  certa tematica.

Dunque, fissate queste tre regole, scritte in stampatello su un foglio bianco formato A4, mi si è arrampicata un’ansia da calcio di rigore (di quelli che sei sicuro di segnare, allora strappi il pallone dal tuo compagno di squadra, lo metti sul dischetto e poi, quando prendi la rincorsa, inizi a pensare “chi me l’ha fatto fare?”.)

I miei pensieri  sono stai orientativamente i seguenti:

Metterci la faccia? Ma chi io? Macché! sai i commenti dei conoscenti? sai che massacro? Poi nella vita faccio tutt’altro per campare, mi sforzo di essere serio e laborioso, perderei di credibilità.

Il tempo? Il tempo si potrebbe pure trovare, il punto è che non credo di riuscire ad essere costante. Che faccio? Scrivo 2 post e poi lascio perdere? Quanto può andare avanti un blog gestito da un pigro come me?

Un argomento? uno solo? e quale?

Avevo già appallottolato il foglio A4 e messo da parte l’iniziativa quando ho sentito per caso una vecchia canzone di Pino Daniele e mi sono detto:

<<ma quali regole!? >>

Che dire? vada come vada!

che me ne fotte!

p.s. Pino Daniele mi sta sui coglioni, però è bravo